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Uno dei dibattiti che si sta aprendo in queste ore è certamente quello legato al bollettino quotidiano che fornisce le informazioni sull’andamento della pandemia e sull’evoluzione e la diffusione del virus, fornendo così anche dei dati “trasparenti”. Ed è proprio su quest’ultimo punto che nasce il “dibattito” e spinge a riflettere sul fatto che mantenere il bollettino è la scelta giusta. Perché se da una parte i numeri che escono fuori quotidianamente continuano a tenere vivo lo spettro del coronavirus che dal 2020 è presente nei notiziari nonché nei dialoghi delle persone, dall’altra è un’informazione per continuare a controllare l’andamento pandemico nell’ottica dei più fragili.

Verso l’abolizione

Una delle prime misure che il nuovo governo potrebbe adottare è proprio questo legato al bollettino: si potrebbe infatti passare da un andamento quotidiano a uno settimanale. Questo consentirebbe anche meno pressione a livello di comunicazione. Il primo a lanciare questa proposta è stato Francesco Vaia, direttore dell’Istituto nazionale Lazzaro Spallanzani di Roma, con il suo appello a sospendere il bollettino giornaliero dei decessi sottolineando che in questo momento non ci sono “assolutamente elementi di allarme”. Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano è d’accordo con lui. Si tratterebbe di un modo per “risvegliare socialmente” le persone.

Le posizioni contrarie

Ovviamente ciò ha portato altri esperti a prendere una posizione contraria. “Sono assolutamente contrario all’eventuale cancellazione del bollettino quotidiano sui dati Covid. È giusto che ogni giorno sia data informazione di ciò che si registra, decessi compresi. Non vedo in modo positivo un atteggiamento protettivo dell’opinione pubblica che, in questo modo, si presuppone composta da persone irresponsabili a cui celare le cose” è la posizione netta di Massimo Galli, già direttore del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano. Per Walter Ricciardi, docente di Igiene all’Università Cattolica, invece “è una questione di comunicazione“.

 


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